Design del riuso: lunga vita agli oggetti!
by Redazione, 21 luglio 2010
Dopo aver parlato di riciclo creativo, la nuova vita dei vecchi oggetti abbandonati continuerà a stupirci con il design del riuso.
Difficile immaginare utensili arrugginiti e materiali impolverati trasormarsi in meravigliosi e innovativi pezzi di design realizzati da famosi architetti e interior designer a livello internazionale. Eppure è quello che succede nel mondo del “design del riuso”, dove creatività, rispetto per l’ambiente e per le cose che ci circondano quotidianamente, si fondono per dar vita all’arte del riuso.
Pensare che gli oggetti possano avere un’anima risulterà semplice dopo aver sfogliato le pagine di Design del riuso, l’ultimo libro scritto da Emanuela Pulvirenti, edito da La Mongolfiera.
Emanuela Pulvirenti è un architetto specializzato in illuminotecnica e design di apparecchi di illuminazione, docente di “Light Design” presso lo IED di Milano e “Illuminotecnica” presso l’Accademia di Belle Arti di Catania.
Dal 2009 il suo interesse e le sue ricerche sono orientate anche al design del riuso. Una “ricerca per lavoretti da far fare a dei ragazzini in età scolare le cui famiglie non potevano acquistare materiali da cartoleria” si sarebbe poi trasformata in uno dei testi più approfonditi e brillantemente illustrati di design del riuso.
Questa è solo una delle tante curiosità che Emanuela Pulvirenti ha deciso di condividere con Co+Housing, concedendo alla nostra redazione una interessante intervista che ci aiuterà a scoprire molti dettagli su questa realtà, che sembra aver abbracciato da ormai 15 anni il concetto di ecosostenibilità:
Emanuela Pulvirenti /Architetto
Il riuso sembra essere diventato una forma di design attuale e, allo stesso tempo, radicata nel tempo se si pensa alla “creatività” dei nostri nonni e antenati. L’introduzione al suo libro fa riflettere proprio su quest’ultimo punto, a quanto fosse importante per i nostri antenati non buttare via mai nulla, mentre la società di oggi è diventata molto più superficiale e incoerente.
Con il concetto contemporaneo di “design del riuso” si ritorna, in un certo senso, alle origini, al passato, alla semplicità. Quando si è cominciato a parlare di design del riuso e quale impatto ha avuto nei confronti della società contemporanea?
Il riuso esiste nel design da più di cinquant’anni anche se non aveva inizialmente la valenza ambientale che gli attribuiamo adesso. Si trattava più che altro della ricerca di “contaminazioni” tra settori diversi. Erano specialisti in questo i fratelli Achille e Piergiacomo Castiglioni: nelle loro mani un sedile da trattore si trasformava in uno sgabello e un faro di automobile diventava una piantana.
Di design del riuso come pratica sostenibile si parla da circa quindici anni, da quando il designer Enzo Mari propose “Ecolo”, una guida per tagliare bottiglie di plastica e flaconi ed ottenerne vasi per i fiori. Purtroppo sia il design del riuso che l’ecodesign (il design che, pur non utilizzando rifiuti e scarti, tiene conto di tutti gli aspetti “ecologici” di un prodotto: dall’imballaggio al trasporto, dalla durata alla riciclabilità etc.) non hanno avuto un impatto decisivo sulla produzione di beni materiali. L’utente medio acquista un oggetto solo per l’impatto estetico-emozionale che è quello su cui, comunque, i produttori continuano a puntare…
Quali sono gli elementi fondamentali per poter associare il design alla pratica del riuso al fine di realizzare dei meravigliosi pezzi di “design del riuso”?
Il “riuso creativo” diventa design nel momento in cui percorre un iter di analisi e sintesi che è proprio delle discipline progettuali. Solo un’approfondita analisi degli aspetti sensoriali, tattili, visivi, dimensionali, cromatici, simbolici e funzionali dell’oggetto da riusare potrà portare ad un vero progetto di design del riuso.
Si tratta quindi di “risemantizzare” l’oggetto e non, banalmente, di riproporlo in un differente contesto funzionale. Le tende di Michelle Brand sono una chiara dimostrazione di questo processo: lei utilizza solo i fondi delle bottiglie di plastica, una porzione che, una volta ritagliata, mostra un’insospettabile geometria floreale che, se isolata dal contesto, diventa un prezioso elemento modulare da comporre in grandi formazioni evanescenti. Questo, secondo me, è Design del Riuso!
Come nasce il suo testo? Qual è stato il percorso che l’ha portata a redigere un studio sulle svariate possibilità che abbiamo a disposizione per dare nuova vita a oggetti che, normalmente, siamo soliti buttar via senza dar loro troppa importanza?
Questo libro è nato quasi per caso: stavo cercando sul web dei “lavoretti” da far fare a dei ragazzini in età scolare le cui famiglie non potevano acquistare materiali da cartoleria (paste da modellare o altro…) e così mi sono imbattuta in una serie di giocattoli da realizzare con scarti e rifiuti (tappi, bottiglie, lattine, cartoni delle uova).
La mia ricerca è andata poi ben oltre i semplici laboratori creativi per ragazzi e ho cominciato a raccogliere tutti i progetti che ho trovato sulla rete spinta dalla curiosità e dall’amore per tutte le pratiche ecologiche. Sentivo la necessità di capire se c’era del metodo in quella folla di oggetti divertenti e strampalati…
A quel punto è subentrata la mia formazione nel campo del disegno industriale (ma anche il ricordo dei tanti riusi che faceva mia nonna), ho capito che quel prezioso materiale doveva essere divulgato ma mi sono resa conto che non era trasmissibile in quella forma. Ho verificato se esistessero già quel genere di pubblicazioni ma i testi che ho consultato erano troppo concettuali o, al contrario, troppo operativi e manualistici.
Descrivere una storia del riuso e le valenze di questa pratica, catalogare i vari manufatti e individuarne l’approccio progettuale, riordinarli per materiale di partenza o per tipologia di oggetto ottenuto è stato così il lungo lavoro che ha dato luogo alla pubblicazione del libro.
Nel suo testo lei ha analizzato diversi modi di riuso (per continuità, decontestualizzazione) e tecniche (frammentazione e manipolazione). Crede che senza una giusta guida e una buona dose di creatività sarebbe difficile accedere al design del riuso, oppure possono bastare volontà e rispetto dell’ambiente?
Il design è un mestiere che non si improvvisa, come l’architettura, come la scrittura… Con la volontà e la consapevolezza ambientale, tuttavia, si possono riutilizzare oggetti in modo interessante e intelligente, anche guidati dall’esempio di ciò che fanno i designer professionisti. È importante, come dicevo prima, che il riuso diventi uno stile di vita, un modo diverso di utilizzare le cose, con maggiore rispetto, con responsabilità, con affetto, direi…
Per quanto riguarda la creatività… quella ce l’abbiamo tutti, solo che se non viene “allenata” tende ad atrofizzarsi. Da questo punto di vista credo che il riuso sia un’ottima palestra per esercitare quello che Edward De Bono chiama “pensiero creativo”, la capacità, cioè, “di considerare le cose non soltanto per quello che sono, ma anche per quello che potrebbero essere”.
Oltre alla realizzazione di meravigliosi oggetti di design, il riuso permette di ridurre gli sprechi e i rifiuti. La società contemporanea accoglie con entusiasmo questa tecnica o vi è ancora dello scetticismo intorno ad essa?
Credo che i tempi siano maturi per cominciare a considerare la portata ecologica ed etica del riuso. Finora ne è stato sempre apprezzato l’aspetto estetico e l’originalità dei manufatti con poca convinzione sulle ampie possibilità di riduzione dei rifiuti.
Il design del riuso, al contrario, può diventare un settore strutturato capace di raccogliere i materiali dismessi a scala industriale e di ridistribuire beni e oggetti alla società offrendo nuovi spazi di lavoro ai giovani progettisti. Esistono già in Italia, senza differenze tra nord e sud, molte piccole realtà produttive di tipo artigianale che hanno fatto del design del riuso la loro mission: penso agli architetti palermitani di Pivviccì che recuperano i banner pubblicitari in PVC e ne ricavano bellissime borse o ai designer milanesi di Controprogetto che sottraggono ai cassonetti oggetti di legno o di metallo, li lavorano nella loro officina per poi rivendere lampade, chaise-longue e altri arredi. Altre interessanti attività sono quelle di associazioni come la romana “Occhio del Riciclone” che si è concentrata sugli aspetti formativi e didattici del riuso promuovendo laboratori per tutte le età.
In ogni caso se non per convinzione il riuso troverà i suoi spazi per necessità… le emergenze-rifiuti sono ormai all’ordine del giorno ed è evidente che la costruzione di inceneritori o di nuove discariche può solo posticipare il problema… occorre un radicale cambiamento di mentalità, un nuovo paradigma culturale, occorre cominciare a considerare i rifiuti non un problema ma una risorsa!
Leggere il testo della Pulvirenti potrebbe essere il punto di partenza per dare una svolta alla propria vita e, magari, nuove forme e colori alla propria casa, avvicinandosi alle tante possibilità di riciclo e riutilizzo offerte dalla realtà materiale che ogni giorno è attorno a noi.
Bisognerà cominciare a combattere il muro di superficialità che oggi si è soliti costeggiare per trovare o ri-trovare la creatività che è dentro di noi e che, come sottolinea giustamente la Pulvirenti, bisognerà “allenare” bene affinchè il riuso diventi uno stile di vita!


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